martedì 8 novembre 2016

Ai Weiwei. Libero a Firenze

Ogni anno Palazzo Strozzi offre a Firenze una mostra interessante da vedere e quest'anno ha proprio fatto bingo con Ai Weiwei, artista cinese contemporaneo, da sempre al centro di polemiche. In effetti ha subito fatto parlare di sé, installando canotti arancioni sulla facciata del palazzo storico.

Lui voleva far riflettere sul problema dei migranti, i cittadini hanno gridato allo scempio. Chiunque abbia visto la sua mostra può avere la stessa reazione: o rifletti, o lo denigri. Non esistono vie di mezzo.


Le sue installazioni monumentali, le sue foto col dito medio in primo piano, i suoi ritratti fatti con i Lego dei grandi del Rinascimento sono una beffa alla società. Fanno ridere, la sua arte è composta da oggetti comuni con simbologie profonde e ci si diverte, ma pensando a questioni sociali controverse.

Ai Weiwei spesso parte dalla tradizione cinese, dalla lavorazione della ceramica, da artisti storici, dall'artigianato del legno per poi distruggere tutto e reinventare in maniera personalissima. La galleria di biciclette Forever strizza l'occhio all'opera di Duchamp, ma è uno specchio della moltitudine di bici, tutte uguali utilizzate dai cinesi e quel "per sempre" rimanda un po'all'eternità del fenomeno.


L'attenzione per la carta da parati, l'invasione dei granchi, i serpentoni di zainetti lasciano poi lo spazio, al piano interrato, a una sezione più biografica: il suo periodo newyorkese, le sue citazioni, l'utilizzo dei social nonostante la censura. Alle sue foto Instagram (il suo profilo è aggiornatissimo!) sono dedicate diverse pareti e taggandolo su una foto della mostra, mi ha anche messo un "mi piace". Lo so, fa molto groupie disperata, ma l'ho trovato pur sempre, un gesto da "persona comune".

Anche i bambini si possono divertire e si possono fare un selfie con l'artista. Fino al 22 gennaio è visitabile dalle 10 alle 20 e fino alle 23 il giovedì. Gli sconti sono tanti: consultate le opportunità di riduzioni e ticket combinati sul sito.

Everything is art. Everything is politics. Si legge ad un certo punto e Ai Weiwei non poteva sintetizzare meglio la sua arte


giovedì 13 ottobre 2016

I confetti Corsini, una tradizione a Pistoia

Come ormai saprete, mi sono sposata. Nel caos dei preparativi, uno dei dilemmi è stato la scelta delle bomboniere. I nostri intenti erano due: evitare di spendere soldi in oggetti inutili e tante volte pure brutti e offrire ai nostri invitati dei confetti, che non rischiassero di spaccare i denti al primo morso, come spesso succede.

E'stata una fortuna incontrare Giorgia, della Confetteria Bruno Corsini di Pistoia, che dal 1918 produce confetti, caramelle, il tipico Panforte Glacé e cioccolato in una delle piazze per me più belle della città, piazza San Francesco.


Parlando con lei, ci siamo goduti una degustazione vera e propria di confetti dai gusti più disparati, ognuno dei quali pensato e studiato. Si ricerca infatti l'equilibrio dei sapori nel laboratorio annesso al punto vendita e si prova e si riprova fino a che non si raggiungono le aspettative prefissate.

Abbiamo assaggiato confetti al peperoncino, all'anguria, alla violetta, allo Spritz e scelto quelli ad hoc per il nostro matrimonio, senza dimenticare la tradizione.

Non potevamo non considerare i confetti di Pistoia, prodotti dalla Ditta Corsini secondo l'antica ricetta. Sono quelli "birignoccoluti", per intenderci e i miei preferiti hanno una scorzetta d'arancia all'interno. 

Nei documenti trecenteschi, si parla già di questi dolci, offerti dalla Corporazione dei Medici e Speziali alle autorità in occasione della festa di San Jacopo. Giorgia ci ha raccontato anche la storia di un confetto avvelenato che un signore della città avrebbe dato alla moglie per ucciderla e combinare un altro matrimonio di interesse. 

Insomma, un confetto Corsini non è solo buono, ma racconta anche una storia. Se vi capita di fare una passeggiata per il centro di Pistoia, passateci per assaggiarne uno e assaporare un po'di storia di questa città. 

Se poi, come me, vi rivolgete a loro per confettate e bomboniere per qualsiasi evento, fatevi consigliare da Giorgia: ha un gusto impeccabile! Noi siamo rimasti contentissimi: scommettere sulla qualità è stata una scommessa, che però ha ripagato. La confettata si è esaurita alla svelta e vi giuro che non sono avanzate bomboniere. Ricordatevi che i confetti sono freschi e vanno mangiati!

mercoledì 31 agosto 2016

I giardini più belli del Giappone (secondo me)

Il mito del giardino giapponese arriva anche in Italia. Ci si immaginano bonsai e laghetti di carpe, ponticelli di pietra e lanterne. Devo dire che dal vivo le fantasie non sono state deluse, ma non è il paesaggio a colpire di più.

Appena ci si avventura in un giardino in Giappone, cala un silenzio irreale e tutto si confonde: non si distinguono gli alberi secolari dagli arbusti, l'acqua si fonde alla vegetazione in un sistema così armonico che è difficile isolare ogni singolo elemento.

La calma, la pace di questi luoghi non si può descrivere. Anzi, facendolo mi sembra di banalizzare quello che si prova a passeggiare per quelle stradine ordinate. 

Ci sono giardini ovunque in Giappone: nelle abitazioni e nei palazzi imperiali progettati per il piacere estetico, mentre quelli dei templi buddisti sono creati per la meditazione. Quelli che descriverò sono quelli più belli che ho incontrato volutamente o per caso nel mio viaggio.


Il primo è il Kenroku- en a Kanazawa, uno dei tre giardini più belli del paese. Il nome infatti significa "giardino che combina 6 caratteristiche", riferendosi all'armonia tra spazio, serenità, viste panoramiche, uso di acque e fontane, architettura del paesaggio.

Il giardino vanta la fontana più antica del Giappone e un alternarsi continuo di verde, laghetti, cascate. Bere il tè nella Yugao- tei è stata un'esperienza indimenticabile: ci si toglie le scarpe e si entra in questo piccolissimo ambiente, risalente al 1774. Ci si siede in terra, intorno a tavoli bassissimi e si beve un tè matcha dal sapore unico, accompagnato da un dolcetto dello stesso verde acceso. 

Unica distrazione: il panorama. La saletta infatti è affacciata su una cascata che finisce in un fresco laghetto, impreziosito da un ponte di pietra grigia e una grande lanterna dello stesso materiale.

L'altro giardino è quello del Santuario della Pace Nazionale di Tokyo, lo Yasakuni Shrine, uno dei più controversi templi del Giappone, dove si celebrano tutti i caduti in guerra per l'imperatore e tra di essi si contano anche tanti nomi di criminali.

Ci siamo capitati per caso, ma il posto è davvero particolare. Un torii gigantesco vi accoglie in un viale su cui si susseguono lanterne gialle e all'interno dello spazio sacro, potete assistere (come è capitato a noi) a spettacoli di danza tradizionale, potete fumare in un pulmino anni Settanta, potete venerare le statue degli aviatori circondate da bottigliette d'acqua in onore del caduto, potete visitare il Museo della Guerra, che a noi è stato offerto gratuitamente da una signora del comitato organizzativo.

Camminando nella zona più nascosta si arriva al giardino, che è molto piccolo, ma è stato il primo che ho visto e forse per questo mi è rimasto così tanto nel cuore. E'simpatico comprare il cartoccio di cibo per le carpe e fermarsi a dar loro da mangiare. 


A Kyoto poi abbiamo visitato il Palazzo Imperiale, che sorprende per la sua sobrietà fino ad arrivare al ricchissimo giardino. Tutto è perfetto, niente è fuori posto. Qualsiasi fotografia catturerà uno scorcio incantato.

Per la (noiosissima) visita guidata, è necessaria una richiesta scritta preventiva, in cui si dichiara il numero di passaporto di ogni visitatore, regolarmente controllato prima dell'inizio del tour. Il palazzo mi ha impressionato per i suoi spazi vuoti, per le sue stanze spoglie, per la grandezza dei portali, ma è il giardino la vera attrattiva.

La casa del samurai Nomura di Kanazawa nasconde lo stesso segreto: uno dei giardini più spettacolari che abbia mai visto. Sentierini in pietre, carpe gigantesche e la vegetazione che riempie uno spazio che sembra minuscolo, ma che cresce verso l'alto.

Non stento a credere che in questo posto una delle famiglie storiche della città trovasse la pace: riposa la mente, anche solo osservarlo. Informatevi sui prezzi dell'ingresso e provate i dolcetti della pasticceria vicina: imperdibili!


L'ultimo giardino l'ho fotografato da un cancello chiuso, di fianco a un tempio, nei pressi del castello di Osaka. E'il tipico giardino zen, con pietre e ghiaia, in cui le prime rappresentano la vegetazione e la seconda i corsi d'acqua. E'un ambiente totalmente meditativo, ma mi piace così tanto che ho provato a copiarlo in miniatura a casa con un bonseki (letteralmente, "rocce su vassoio") fatto da me.



venerdì 5 agosto 2016

Giappone, diario on the road

Il Giappone per me è sempre stato un sogno e non mi ha affatto deluso, sebbene mi abbia meravigliato per la sua sobrietà. Ad un primo impatto, sembrerà che il tradizionale sia stato soppiantato dal moderno.

Niente di più falso ed è proprio in questo che il Giappone trova la sua forza: nuovo e antico si sono fusi dando vita a modi di vivere, architetture, cibi del tutto particolari. È qui che il Giappone diventa una terra unica.

Durante gli spostamenti nei comodissimi treni, ho scritto i pensieri a caldo sulle tappe del viaggio, aggiungendo foto scattate di corsa col cellulare...ma quante cose ancora da raccontare!!

Tappa 1: Tokyo

Tokyo è questo: pacchiana, assordante, menefreghista. Non cammini tranquillo per la strada, devi impegnarti a non restare indietro. Scendi dalla metro e vieni soffocato da grattacieli enormi e grigi con scritte che sembrano sempre le stesse e le stesse non saranno mai. Le vetrine si susseguono senza che tu capisca cosa ci stia dietro. A Tokyo non hai tempo e il tempo sembra essersi fermato.

Ho passeggiato negli enormi giardini dell'imperatore, mi sono seduta al Tempio della pace a vedere una vecchia signora in kimono danzare con grazia, ho dato da mangiare a delle carpe giganti, ho amato Ueno, un quartiere senza pretese ma finalmente vivibile. Un'eccezione a Tokyo.

Dalle assordanti grida stridule delle maid girl a Akihabara alle imbarazzanti bancherelle di street food da quattro soldi davanti al Tempio di Asakusa, il più grande e bello (secondo la guida) della città. Non si fuma per strada, ma ci si rintana in angusti spazi o nei locali per finire alla svelta la propria sigaretta come fosse una colpa. Non si mangia per strada, ma se cammini per Kabuchi cho nerboruti uomini di colore proporrano ai passanti strip a basso costo in locali interrati. 

La mia Tokyo è una Lost in traslation, che mi ha innervosita e avvilita ma preparata a quello che sarà il resto del viaggio in Giappone.

Tappa 2: Kanazawa

La guida mi descriveva Kanazawa come di una cittadina tipica, legata alle tradizioni. Appena scesa dallo Shinkanzen proveniente da Tokyo, mi è parso di aver letto un sacco di bugie: la stazione è un'opera architettonica di vetro e legno modernissima. Invece mi sono accorta che antico  e contemporaneo convivono in armonia, come lo fanno i corsi d'acqua con le strade, i grattacieli con i templi, le trattorie tipiche con i locali multinazionali.

Nel terzo giardino più bello del Giappone, il Kenrouken, mi sono finalmente rilassata, attraversando ponti circondati da ninfee e sorseggiando il tè macha in una saletta intima con vista su una cascata. Ho imparato la tradizione delle tavolette votive, che sostituiscono i cavalli, che nell'antichità venivano offerti in dono nei tempi shintoisti. Ho mangiato il curry, tipico di questa città e diversissimo da quello che siamo abituati a mangiare in Asia.

Mi sono viziata con tanti dolcetti: sfido anche i più golosi! Ad ogni angolo troverete una pasticceria. Mi sono persa in viuzze che sembravano disabitate, con qualche negozio di antiquariato e bar minuscoli in cui a stento entrava il più magro dei bambini. Ho visitato la casa delle geishe e quella di un samurai. Se la prima era davvero essenziale, la seconda mostrava una ricchezza insaspettata, soprattutto nel rigoglioso giardino interno. 

Sono anche entrata nel castello bianchissimo che spicca nel panorama monotono di Kanazawa ma sono rimasta delusissima: solo stanze in legno vuote. Mi sono consolata, giocando nel parco del Museo d'arte contemporanea, che non sono riuscita a visitare perchè la coda per i biglietti era davvero troppo lunga.

La gente ride di continuo, anche se non ti capisce; i semafori sembrano cantare e la tranquillità che vi si respira è contagiosa.

Tappa 3: Kyoto

Mi avevano promesso che Kyoto sarebbe stata il pezzo forte del mio viaggio in Giappone e mi aspettavo una città fortemente storica. Capirete la mia delusione nell'approdare in una stazione futuristica, circondata ancora una volta da grattacieli che si affacciano su vialoni senza fine.

Il nostro hotel, un 5 stelle troppo pretenzioso per i nostri gusti, si trovava a pochi passi dal Palazzo dell'Imperatore. Ho scoperto dopo che il concetto di pochi passi è relativo, dopo che la mia app sullo smartphone ha dichiarato il record di chilometri camminati. Per entrare al castello serve una richiesta scritta,in cui dichiarare il numero del passaporto, per poi partecipare a una visita guidata fantozziana. 

Ho provato col Museo dei Manga, consigliatissimo dalla guida. Beh, mi è venuta voglia di non comprare più niente di cartaceo. E poi, il caldo furibondo e appiccicoso, la calca di turisti impazziti e i negozi di souvenir dai prezzi improponibili.

Bene, ho odiato l'antica capitale del Giappone fino a che non ho incontrato la gente. Nelle sue viuzze strette con alberi tristi, nei vicoletti che si intrecciano sui canali, vicino al Tempio rosso di Yasaka, dove un tempo c'erano le geishe (lo ammetto, non sono riuscita a vederne neanche una).

Abbiamo conosciuto la signora che vendeva timbri, che mi ha spiegato che nel mio nome ci sono gli ideogrammi di cavallo e di amore. Abbiamo fotografato una bellissima ragazza brasiliana, vestita e pettinata come una vera giapponese, che voleva provare a portare il kimono e ha scoperto che si sente solo tanto caldo. 

Abbiamo riso con i camerieri ninja al ristorante Ninja Kyoto. Abbiamo passato un'oretta in un mercato sconosciuto a chiacchierare con un venditore di takoyaki e suo padre, innamorato di Firenze. In un negozio di katane, che sembrava un museo, il proprietario ci ha riempito di dépliant sulla storia delle antiche spade. La commessa del negozio alla moda, dove ho comprato delle scarpe simili ai tradizionali tabi, si è prodigata in consigli sui modelli da provare. 

Parlare a Kyoto è stata la cosa più vera della vacanza. 

Tappa 4: Nara

Siamo arrivati a Nara con un treno regionale in una mattinata assolatissima e alla stazione un immenso centro turistico ci ha permesso di accaparrarci una mappa della città, visitabile a piedi. Un viale ordinato su cui si affacciano negozi si cianfrusaglie e boutique, ristorantini tutti uguali e l'immancabile museo del gufo, porta al primo templio shintoista. Niente di impressionante, ma una parte era in restauro. I giapponesi hanno una vera e propria ossessione rispetto al mantenimento di edifici vecchi e nuovi…giustamente, aggiungo io. 

Si prosegue verso il parco naturale di Nara ed ecco arrivare i cervi, circondati da orde di turisti impazziti e l'immancabile venditore di mangime per animali (a me sembrava tanto un normalissimo pacchettino di cracker). Ora, a me piacciono i cervi, ci ho fatto un paio di foto e ho proseguito per la mia strada, ma la gente impazzisce: sembra che il servizio fotografico inclusivo di video diventi diventi un'urgenza impellente per grandi e piccoli. 

Il secondo templio, il Todai-ji, è davvero imponente e le gigantesche statue buddiste sono davvero impressionanti. Il legno grezzo e il verde in cui è immerso lo renderebbero davvero un posto spirituale se non fosse per le bancarelle di souvenir e per i 500 yen richiesti per entrare.

La sensazione è la stessa anche nell'ultimo templio, ancor più nascosto nella natura e raggiungibile attraverso un facile sentiero costeggiato da bellissime lanterne di pietra da cui spuntano altri cervi.

Una mattinata è sufficiente per visitare Nara, fare un selfie con un cervo e completare il doveroso tour turistico, che mi ha lasciato a bocca aperta solo dopo, quando ho rivisto le foto.

Tappa 5: Hiroshima

A Hiroshima ci siamo sentiti accolti per la prima volta. Appena scesi dal treno, una donna sorridente con una gonna lunga e colorata ci è venuta incontro spiegandoci che lei era una guida volontaria. "I want to improve my English". E chiacchierando, ci ha accompagnato alla fermata del bus navetta che porta i turisti ai siti storici della città. Prima di salutarci ci ha regalato una gru, fatta da lei a origami.

Siamo scesi all'Atomic Dome, un edificio superstite, non lontano dall'epicentro della bomba. Fa impressione osservare lo scheletro di un palazzo, che all'epoca doveva essere bellissimo, in  contrasto con i grattacieli ordinati, i ponti con graziose fioriere e i giardini curati dell'Hiroshima di oggi. È come una cicatrice sulla guancia di una bella ragazza nel fiore degli anni. Proseguendo verso il museo, si passano i monumenti commemorativi degli studenti, dei coreani e di Sadako, una bambina che è divenuta simbolo della tragedia. 

Nel museo è spiegata la sua storia attraverso fotografie e reperti. Il monumento è solo circondato di corone di gru a origami, coloratissime e provenienti da tutto il Giappone. Sadako è sopravvissuta alla bomba atomica ma qualche hanno dopo si è ammalata. La bambina si era convinta che riuscendo a realizzare mille gru sarebbe guarita e iniziò a lavorarci utilizzando qualsiasi tipo di carta. Quelle conservate nel museo sono minuscole al confronto con quella che ci ha regalato la guida. 

Abbiamo visitato il monumento commemorativo e mi sono fermata a osservare una fontana, costruita sulle macerie originali su cui è posto un orologio fermo alle8.15. C'è un silenzio rispettoso a Hiroshima.

Siamo finalmente entrati nel museo, dove senza pietismo sono raccontati i fatti alternando testimonianze scientifiche con episodi personali. Quello che si vede nelle teche è molto toccante e non viene risparmiato niente: un triciclo carbonizzato, tegole fuse, ciuffi di capelli, brandelli di vestiti da scolaro, unghie, uno scalino su cui è rimasta solo un'ombra nera… alle8.15 qualcuno vi era seduto, forse a riposarsi o a aspettare qualcuno… 

Ci si rende conto della tranquillità che si doveva respirare ad Hiroshima, quella serenità che c'è ancora. Un posto come tanti. Non si capisce come tutto possa diventare un inferno nel giro di pochi minuti. E il presente diventa un passato lontano.

I giapponesi sembrano orgogliosi di Hiroshima, vogliono che il mondo ricordi quello che è successo. Intanto io mi porto a casa quella gru di carta arancione, che mi ricorderà di questa bella cittadina riemersa dalle ceneri.

Tappa 6: Osaka

Aspettavo Osaka. Aspettavo di meravigliarmi in Giappone. Ma non mi aspettavo di farlo nell'ultima parte del viaggio, perchè la tappa era stata scelta solo per gli ottimi collegamenti con i dintorni.

Osaka mi è piaciuta perché racchiude tutto quello che ho visto in Giappone e non si finge migliore da come è. Nelle strade c'è una grande confusione di gente, che però sorride, ha la pelle più abbronzata e qualche chiletto in più rispetto agli abitanti degli altri posti in cui sono stata. È infatti considerata la cucina del Giappone e patria dei takoyaki, polpettine di polpo gradevolissime. 

A Osaka abbiamo mangiato bene, in localini nascosti nei mercati e in ristoranti eleganti. A Osaka c'è un castello bellissimo circondato da tanto verde, una metropolitana dal costo imprevedibile, tante ruote panoramiche, un acquario famoso e centri commerciali per tutti i gusti. C'è Amerika Mura, il quartiere americano con negozietti vintage. Ci sono templi imponenti. C'è il quartiere degli affari, vuoto fino all'ora di pranzo, quando si affolla di camicie bianche che scelgono se mangiare un ramen alla bancherella improvvisata o una porzione di sushi al supermercato attrezzatissimo. E per finire l'Umeda State Building, che ti fa ammirare Osaka a 360°. 

Ci  sono stata di notte e lo skyline dall'alto è mozzafiato. Mi ricorderò di Osaka così: luci e sorrisi.




mercoledì 1 giugno 2016

Mirabilandia: la mia prima volta

Comincio subito con due precisazioni. La prima è che era la mia seconda volta a Mirabilandia, ma la prima è persa tra i ricordi di una gita di scuola elementare, fatta ad un mese dall'apertura del parco: era tutta un'altra cosa.

La seconda è che le foto sono di pessima qualità, ma il cellulare è rimasto chiuso nell'armadietto con il resto dello zaino e le immagini rubate fugacemente non sono uscite granchè bene. Comunque, dopo questo mio eccesso di onestà, procedo con i consigli pratici.

Innanzitutto, sono contenta di aver visitato il parco in un week end di metà maggio. Il caldo era sopportabile e le file scorrevoli. Se però scegliete di andare d'estate, non dimenticatevi dosi massicce di protezione solare e di calma zen, oppure il Flash pass, che vi permette di avere accesso diretto alle attrazione alla cifra di 20€ circa (ci sono diverse tariffe, agevolate per le famiglie).

Un altro lato piacevole è stato il costo del biglietto. Abbiamo optato per la formula ingresso (valido per 3 giorni) e hotel (1 notte) a 50  € a persona. Le tariffe salivano se si prendevano alberghi di categoria superiore o più vicini a Mirabilandia, ma devo dire che la nostra scelta sull'Hotel Rosa di Gatteo Mare è stata azzeccata.

Una volta entrati nel parco, vi consiglio di controllare la data di inizio e il luogo dello spettacolo che volete vedere e poi procedere nel giro di giostre. Ce ne sono per i bimbi e per gli adulti: le ho provate un po' tutte e Dinoland è stata la zona più caratteristica.

Siamo partiti dalle attrazioni d'acqua: il Niagara, il Raratonga, il Rio Bravo. Si ride, ci si diverte, si scherza con i vicini di canotto, si combatte a schizzi d'acqua: insomma, se avete un costume sotto la maglietta è di sicuro un punto a vostro favore. In questi casi, è prezioso il deposito degli zaini all'ingresso del parco. E'a pagamento, ma vi permetterà di fare i vostri giri senza troppi impicci.

Siamo poi passati al Katun e all'iSpeed per gli amanti del brivido: se il primo impressiona per il senso di vuoto, del secondo vi resterà in mente la velocità. Non sono riuscita a salire sul Divertical: lo ammetto, sono un po'fifona.

Abbiamo anche provato altri giochi di tutti i tipi: dal Raptotana al Reset, dal MonoSauro al Master Thai. La spiaggia non era ancora aperta ed una zona era chiusa per ampliamento.

Un altro punto fondamentale: il cibo. Inutile dire che tutti i locali son presi d'assalto all'ora di pranzo e i prezzi non sono proprio economici. Devo essere onesta: il primo giorno ho scelto la sana vecchia opzione "pranzo al sacco", mentre il secondo ho optato (lo confesso) per il Mac Donald's, dove i prezzi sono quelli della catena.

In questo periodo dell'anno, il parco chiude alle 18 e così abbiamo raggiunto senza problemi Gatteo a Mare, che fuori stagione è un po'deserta: alle 22 non c'era nessuno per strada. Siamo riusciti comunque a divertirci, una volta sistemati in albergo.

L'Hotel Rosa si trova vicino alla piazza centrale ed è un po'vecchio stampo, ma è molto pulito e la colazione offre un'ampia scelta di bibite, torte e affettati. La camera non era molto grande, ma aveva un bel terrazzo e per una sola notte, siamo rimasti soddisfatti. 

Il parcheggio era un po'scomodo e per strada, come in tutte le località della Romagna, si fatica a trovare un posto libero. Se fate tardi, ricordatevi di chiedere le chiavi: la reception non fa servizio notturno.

Abbiamo raggiunto a piedi la pizzeria Orfeo, dove siamo stati trattati con molta cortesia e gentilezza, prendendosi cura della nostra amica celiaca, per cui hanno cucinato un filetto a parte. Noi abbiamo provato le pizze, sottili e gustose.

Dopo una breve sosta alla gelateria C'era una volta (gelati buonissimi e proprietario amichevole), ci siamo fermati in un locale a prendere una birra. Il posto era arredato con cura: pianticelle fatte con tappi di sughero e fiori di carta stampata, tavoli e sedie in legno elegante... non a caso il nome è un po'aristocratico, Schopenauer.

Non aveva niente a che fare con il filosofo nichilista la ragazza al bancone, che ci ha spillato la birra e si è trattenuta in chiacchiere. Deve essere carino anche per mangiarci, ma non posso garantire sul cibo.

Insomma, questo mio corto fine settimana, mi ha fatto ritornare un po'bambina e mi ha fatto ancor più apprezzare quello che amo della Romagna: il piacere di stare insieme.